Una chiacchierata con...

Vincenzo Fesi

«Non avrei mai pensato di fare il ballerino…», dice sorridendo Vincenzo Fesi.
Ed è un po’ come se Roby Baggio dicesse che diventare calciatore non era in realtà una delle proprie opzioni primarie.
Ma non pensate sia una bugia, la sua. O un tentativo di stupire, visto che nel panorama dello Swing italiano Vincenzo è considerato di certo il più internazionale, il più eclettico, il più innovativo, il “maestro” per eccellenza, insomma il classico numero uno.

E, quindi, se non avesse imparato a ballare…?
«Ho studiato filosofia, mi sono laureato con una tesi legata al cinema, l’altra mia grande passione. “Final Cut: metafora dell’autorialità cinematografica”. Avrei seguito una strada parallela o forse completamente diversa. Ma…»
Ma?
«Devo ammetterlo: lo Swing mi ha cambiato la vita. E forse non poteva andare diversamente».
Perché?
«Perché mia madre mi ha fatto fare nove anni di danza. Neanche ho provato a ribellarmi, con mia madre non c’era niente da fare. Danza e corsi di teatro, impossibile sottrarsi. In pratica, già da ragazzino, ero sempre in scena».
Lei viveva a Como. Apparentemente lontano dai clamori e dalle mode innovative delle grandi città metropolitane…
«Posso dire con orgoglio di averla fatta diventare la mecca dello Swing. Almeno a partire dal 2002».
E come?
«Con lo Swing Crash Festival, ideato insieme a Isabella Gregorio, ho portato tra la gente sia lo swing come genere musicale sia il Lindy Hop come ballo. Quattro giornate di musica in piazza gratis. Grandi orchestre e ballerini da tutto il mondo. Il Comune mi ha spalleggiato e Como è entrata al centro della scena come un autentico salotto del ballo social».
Riavvolgiamo il nastro per un attimo. Fesi e lo Swing come s’incontrano?
«Passione per quel tipo di musica, per la Harlem dei mitici anni ’30 e ’40, ritagli di giornali, film d’epoca. A un certo punto sono partito per Los Angeles per scoprire questo mondo di persona. Ho studiato, ho imparato. Prima il Lindy Hop, poi il Balboa. Ci ho messo la tigna e un’umiltà enorme, per non sentirmi mai arrivato. Nonostante cominciassi a vincere qualche premio. Sono tornato in Italia con un bagaglio pieno di sogni e di idee».
Che è riuscito a mettere in pratica…?
«Io amo la musica Swing, questo è alla base di tutto. Divulgarla è diventata la mia missione. Per questo è nato lo Swing Crash, per questo ho collaborato al Jamboree di Senigallia, ho introdotto la danza al Roma Jazz Festival curando la parte coreografica».
Già, eccoci a Roma. La sua città di adozione.
«E’ stato un passo importante. Mi tentavano tutti: “Devi venire a Roma a insegnare”. Avevo qualche remora, non conoscevo l’ambiente. Arrivai allo Ials al Flaminio, la scuola più importante, mi accolsero con uno striscione, mi diedero subito la Sala 1 che non concedevano mai a nessuno. Per dire della stima… Mi fecero sentire come a casa».
Del resto lei già era qualcuno sulla scena internazionale…
«Ho vinto una coppa del mondo di boogie e ho bissato vincendo il campionato europeo. E questo mi aveva già portato a essere chiamato ai grandi festival, da Monaco a Parigi, da Stoccolma a Seoul. Anche se sono sempre rimasto legato alla scena musicale milanese, sia tradizionale che sperimentale. Il variegato mondo del Jumpin’Jazz».
Il mondo di Enzo Jannacci e di Adriano Celentano, del primo festival Rock italiano al Palaghiaccio nel ’57?
«Arrivai ovviamente molto più tardi. Trovai ballerini piuttosto anziani, visceralmente legati, direi intestarditi sul boogie woogie americano. Guardavano le immagini di Helzapoppin, il film del ’41 che fece epoca ed è ancora un must per tutti gli amanti del genere, aspettando le scene di ballo perché non sapevano nulla del Lindy Hop e cercavano così di carpirne qualche passo, qualche movimento. Avevano tutti uno stile molto simile a quello dei boogisti degli anni ’80, i veri re indiscussi della sala da ballo. Il più grande di tutti era stato Bruno Dossena, campione del mondo e organizzatore di quel festival che richiamò diecimila ragazzi scatenati, scomparso giovanissimo in un terribile incidente stradale rientrando proprio da una serata di ballo. Negli anni ’50 c’erano ballerini pagati più di Tony Renis che vinse Sanremo e che faceva parte del gruppo come Enzo Jannacci, medico affermato e grande musicista anche lui, o come Jack La Cayenne, al secolo Alberto Longoni (il comico dalle smorfie indimenticabili che in tv riusciva a mettersi in bocca una tazzina di caffè, ndr). Io ho ricordi lontani di quando si andava ancora tutti insieme a Sesto San Giovanni, o nella via Gluck di Adriano Celentano. Little Tony nei momenti difficili veniva a pranzare a casa mia».
Lei ha frequentato mondi molto diversi. Il boogie appunto è tutt’altra cosa rispetto al Lindy Hop, eppure c’è una certa confusione sulla materia.
«In verità noi abbiamo pochissimi filmati del Savoy negli anni ’30 e ’40. Per lo più si tratta di spezzoni di competizioni. Non conosciamo esattamente lo stile di tutti quei ragazzi che andavano lì per ballare e basta. Come si muovevano, che cosa studiavano: si divertivano magari, senza troppe regole o passi studiati. Anche oggi ballare è politicamente incorretto. Molti si avvicinano al mondo Swing più per la scena Social, per la comunità, per fare amicizia o trovare un partner. Ma è invece la musica ad avere un’importanza più alta, è sempre e solo la musica a farci da guida. Io ancora adesso ballo male e malvolentieri se la musica che ci accompagna non mi piace».
Lindy o Balboa? Cosa consiglia ai suoi allievi?
«Lo Swing è libertà, quindi massima libertà di scelta. Il Lindy è la base, quello da cui molti maestri partono. Il Balboa è affascinante. E’ molto intimo, è come un abbraccio».
Il suo progetto attuale?
«Si chiama Swing Dream Factory* qui a Roma: molto semplice, ha l’obiettivo di divulgare e promuovere la musica e il ballo Swing. Organizziamo workshop destinati sia ai professionisti che agli amatori, fino ai principianti assoluti. Restando ancorati agli anni ’30 e ’40 ma cercando di rivisitarli in chiave moderna e giovane. Un’evoluzione che non può discostarsi comunque dalle origini, perché sono loro la nostra base culturale».
Nessuno meglio di Lei, come ballerino e soprattutto come maestro, può avere il polso del movimento Swing in Italia e nel mondo…
«Il triste periodo del lockdown ha naturalmente influito sulla crescita. Personalmente ho provato a tener su il morale bussando alle porte del nostro mondo con lezioni online e con il progetto “Jazz Fatto in Casa”: lezioni di Solo Jazz dal vivo sui Social direttamente dal terrazzo di casa. Ancora oggi in molti mi ringraziano per questo. Che dire? In Italia ce la battiamo. Ma ci sono piazze sorprendenti per fermento e passione. Penso a Stoccolma, in continua crescita, e ancora di più a Seoul, dove ci sono diecimila persone che ballano Swing abitualmente. Due punti opposti del mondo. E questo ci dice tutto su come quei ragazzi del Savoy abbiano saputo conquistarci».

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